Archivio per la categoria 'punk'

Titus Andronicus - “The Airing of Grievances”

Questo è un disco potente. Nove tracce, nove canzoni. CANZONI.

Rock’n'roll fuzzoso e tanta melodia. Come il frastuono di una bomba.

E allora tromba!

Mahjongg - “Kontpab”

Visto che ormai tutti parlano della nuova corrente americana incline alla riscoperta del tribale, tanto vale tirare in ballo i Mahjongg che sono di Chicago, quindi americani.

La ricetta del gruppo è il recupero del punk-funk (tipo Pop Group), dell’etno-wave (tipo Talking Heads) e dell’elettronica un po’ mutant (di recente sono uscite delle raccolte chiamate “Disco not disco”. I nomi li trovate lì.) con quell’alone di grezzo che sa un po’ di artefatto.

Drum-machine à la Excepter che spuntano dal nulla e ti ritrovi a sorridere e battere le mani e a pensare che l’America sta vivendo un periodo un po’ neo-tribale.

Meme

Anche. (cit.)

Murder By Death - “Red Of Tooth And Claw”

E’ un quartetto proveniente da Bloomington, Indiana, e suona un ruspante western-rock imparentato col post-punk. Una proposta un po’ fuori dal tempo (se ha senso parlare di tempo in materia di musica), che il gruppo esegue in modo asciutto, accostando ad una chitarra stoner un violoncello versatile e una batteria impeccabile e galoppante. A ruoli più marginali vengono destinati invece il basso ed il piano.

La traccia che apre il disco, “Comin’ Home”, mostra da subito il sound del gruppo: la voce di Adam Turla ricorda i registri tragici di Mark Sandman (Morphine), meno low e più Nick Cave; la chitarra e il violoncello si completano a vicenda con precisi balzi di dinamica; infine, i cambi di ritmo repentini di Dagan Thogerson, tra cavalcate cow-rock e accelerazioni hardcore, riescono a narrare perfettamente il sofferto “ritorno a casa”. Insieme alle successive “Ball & Chain” (un’impetuosa ballata per saloon) e “Rumbrave” (un polveroso omaggio agli Husker Dü), l’opening track è tra gli episodi più convincenti.

A fare da contrappunto allo sbrigliato (ma sofferto) entusiasmo, ci sono ballate dall’incedere più lento e riflessivo come “A Second Opinion”, “The Black Spot” e “Spring Break 1899″, che trovano la sola valvola di sfogo nel ritornello.

Nonostante i momenti di debolezza sparsi qua e là e la reiterazione di certi stilemi, il disco non delude e invita al replay. Che sia poi di una, due, tre tracce, è un altro discorso.