Archivio per la categoria 'psych'

Cloudland Canyon - “Lie In Light”

Cloudland Canyon è il moniker dietro cui si celano Kip Uhlhorn e Simon Wojan (americano il primo, tedesco il secondo), due validi multistrumentisti con il pallino del krautrock.

Prodotto dalla Kranky, etichetta che non ha remore nel rilanciare mood cosmici e psichedelici, il duo si abbandona alla rielaborazione di quel periodo panico e magico (i primi anni ‘70) in cui formazioni come Tangerine Dream e Neu! esploravano nuovi lidi sonici, dandoci sotto con tastieroni ed effetti dal sapore ultraterreno.

Sfrenato citazionismo? Mero esibizionismo? Forse, ma questa volta non ci importa. La limitata durata del disco e i wall of sound potenti e onirici ne fanno un’opera fruibile e godibilissima, un vero e proprio viaggio nel tempo e nello spazio dove non bisogna farsi troppe domande.

“Da sviaggio”, direbbe qualcuno.

Matmos - “Supreme Balloon”

I Matmos, a due anni da “The Rose Has Teeth In The Mouth Of A Beast”, tornano con un altro concept-album, abbandonando (speriamo solo momentaneamente) i campionamenti assurdi che li caratterizzano.

“Supreme Balloon” vede infatti il duo di San Francisco alle prese con synth di ogni epoca e modulazione. E basta. Nessun altro strumento a infarcire il suono.

Gli omaggi ai pionieri del sintetizzatore non mancano (”Les Folies Francaises” e la title-track di ben 24 minuti lo dimostrano ampiamente), ma è soprattutto l’approccio ironico e a tratti demenziale di pezzi come “Mister Mouth” e “Exciter Lamp” a caratterizzare l’album, dandogli quel sonig-touch che potrebbe essere la terra promessa.

People - Misbegotten Man

People è uno degli ultimi progetti di Kevin Shea (super-batterista che ha lasciato la propria impronta in gruppi come Talibam! e Storm & Stress) che lo vede collaborare con la chitarrista e vocalist Mary Halvorson, incline al jazz e a bizzarre modulazioni vocali, astro nascente nella New York che conta.

Il duo cerca di forzare i confini della forma canzone, ibridando cantautorato e free-jazz in maniera inedita e affascinante. Shea, senza fermarsi mai (mai!), intavola un vero e proprio dialogo stridente con i registri pacati e ebbri della Halvorson, senza però cadere nella cafonaggine gratuita.

Disco dell’anno 2007.

Meme

Anche. (cit.)

Fuck Buttons - “Street Horrsing”

Il duo di Bristol esce allo scoperto per la prima volta con sei lunghe tracce fatte di droni elettronici, voci filtrate, loop anomali e distorsioni metal. Niente di minaccioso e inumano, comunque.

I Fuck Buttons costruiscono, strato su strato, melodie solide proiettate verso aperture orecchiabili e ludiche. Forse il modus operandi è ancora un po’ acerbo (lo svolgimento di ogni traccia è fin troppo lineare e, capito il trucco, l’effetto sorpresa svanisce presto) e non si apre mai troppo a soluzioni ardite, rimanendo sul fuzz granitico simil-metal per buona parte del disco.

Il “cuore” di “Street Horrsing” è rappresentato dalla coppia “Okay, Let’s Talk About Magic” e “Race You To My Bedroom / Spirit Rise”, dove finalmente i FB esprimono personalità coniugando melodia, tappeti sonori sempre più ricchi ed eterei e spasmi vocali (la contraddizione tra estasi e dannazione è il campo minato dove dovranno lavorare in futuro).

Nonostante il ciclo tenti di ripetersi (il dolce carillon dell’inizio riappare nella coda di “Colours Move”), difficilmente il disco conserva il fascino del flusso ininterrotto, e lo skip è obbligatorio. Chi ci ha visto un incubo nero che tiene imprigionati ad ogni ascolto, probabilmente si è perso il recente “Entrance” degli Sword Heaven.

Excepter - “Debt Dept.”

Il sestetto di Brooklyn approda alla Paw Tracks, ed è un po’ come trovarsi a casa propria. L’etichetta infatti ospita già da tempo formazioni come Animal Collective e Black Dice che, insieme agli stessi Excepter e ai Wolf Eyes, hanno danno vita forse all’unica vera novità nel panorama sonoro del 2000, ovvero quel primitivismo digitale dove rock, techno, noise, psichedelia, vengono ridotti in cenere e rimescolati ora in formule oscure e impenetrabili, ora in calderoni freak più solari ma non meno inquietanti.

Insieme ad “Alternation”(2006), Debt Dept risulta essere uno dei loro dischi più accessibili. Siamo lontani dalle folate di vento nero di “Throne”(2005): l’industrial e l’house depravata vengono ora incanalate in una sorta di pop per morti viventi.

L’ingresso (”Entrance”) è marziale, a tratti epico, con la chitarra (presa in prestito ai Clockcleaner) che ipnotizza, detta il passo, raddoppia ed evapora lasciando posto allo strato caotico di voci e loop e al rullante sfasato della drum-machine. L’epilogo, affidato ad un piano timido e a delle cupe pulsazioni elettroniche, sembra omaggiare i Faust. Il registro tragico e quello comico si mescolano continuamente: la violenza subliminale e il vociare perverso sono sempre espressioni di uno sguardo divertito sulla realtà. Ambiguità che permette agli Excepter di sfornare gioielli come “The Last Dance”, che porta dal patibolo fino a una residentsiana pista da ballo, o le hit “Kill People” e “Burgers”, slanci vitali che sanno di tragedia imminente.

L’equilibrio perenne tra caos primordiale e apatia industriale costituisce anche questa volta il marchio di fabbrica della band. I colleghi della Paw Tracks spero gradiranno.

Live: Old Time Relijun @ Thermos (Ancona) - 27/03/08

Gli Old Time Relijun sono una band di Portland, giunta con il recente “Catharsis in Crisis” al loro sesto disco. Partiti da un bislacco folk-punk à la Violent Femmes e approdati oggi a un blues-noise sbrigliato, debitore a Captain Beefheart quanto alla new wave dei Pere Ubu, rappresentano una delle realtà più interessanti del rock sporcaccione e allucinato.

In sostanza, concerto all’altezza delle aspettative. Nonostante la non troppo buona acustica di cui risente il locale abbia “minacciato” l’esibizione, gli OTR hanno cavalcato l’impasto sonoro con schegge danzerecce di noise minimale. Arrington De Dionyso (voce, chitarra) vale da solo il costo del biglietto: con i suoi clangori chitarristici e un cantato espressivo e schizofrenico conduce, come posseduto, il rito sciamanico. Contrabbasso, batteria e sassofoni (Benjamin Hartman ne suona anche due contemporaneamente!) danno vita a imponenti strati di suono e a ritmi tribali ipnotici, ma è tutto talmente genuino che il paragone con i Shit & Shine di turno questa volta non regge. Bravissimi.

Animal Collective - “Water Curses EP”

A pochi mesi dal più che convincente “Strawberry Jam”, il collettivo fuggito dallo zoo di Baltymore torna con uno short; quattro tracce quattro che testimoniano ancora la loro creatività strabordante e un innegabile talento.

Dal valzer per scoiattoli della title track al balletto etereo e subacqueo di “Seal Eyeling”, passando per lunghe dilatazioni di stampo barrettiano (”Street Flash”, “Cobwebs”), gli AC continuano la loro ricerca naturalistica, sublimando il privitivismo degli esordi in accorati richiami all’utopia.

Un altro tassello importante, soprattutto per chi li segue da tempo.