Archivio per la categoria 'pop'

Titus Andronicus - “The Airing of Grievances”

Questo è un disco potente. Nove tracce, nove canzoni. CANZONI.

Rock’n'roll fuzzoso e tanta melodia. Come il frastuono di una bomba.

E allora tromba!

White Rabbits - “Fort Nightly”

É il disco del 2007 che tutti recensiscono nel 2008.

Storia semplice: ottima la prima traccia, merda tutto il resto. Cioè, non fa proprio schifo. É che più lo si ascolta più viene voglia di perdonare l’inconsistenza della maggior parte del disco.

Quindi meglio troncare subito.

No Age - “Nouns”

“Weirdo Rippers” era una raccolta di istantanee noise molto interessante, ma ancora EP. Questo è l’uscita ufficiale come LP per la Sub Pop.

Fa poca differenza, visto che i No Age proseguono in quella direzione riuscendo, pur essendo solo due, a generare un baccano infernale. Shoegaze, noise, accelerazioni hardcore impastatissime fanno da contrappunto a un cantato decisamente più pop. You may also like Liars.

Un disco che travolge al primo ascolto. E io i dischi li ascolto una volta sola.

Male, poi.

M83 - “Saturdays=Youth”

Disco forse al di sotto delle aspettative, ma infarcito di gioiellini shoegaze travestiti da gioiellini synth-pop che scaldano il cuore e per un attimo fanno dimenticare le umane miserie.

Si passa volentieri sopra anche a cotanta paraculaggine gratuita solo per il fatto che “Graveyard Girl” è la “Dirty Boots” degli anni Duemila. Videomusicalmente parlando.

Basta e avanza.

Beach House - “Devotion”

I Beach House mi piacciono.

L’album d’esordio era proprio un bell’album d’esordio, non c’è che dire. Atmosfere, appunto, da casa sulla spiaggia, quando ormai l’estate è finita e la spiaggia non serve più.

“Devotion” è quell’album allungato con l’acqua. Certo, qualche pezzo si fa notare (ad esempio il già accennato “Gila”o “Hearth of Chambers”), ma la formula “aspettiamo due battute di drum-machine poi attacchiamo” ha stancato.

Noi siamo cresciuti a bistecche di bisonte.

Matmos - “Supreme Balloon”

I Matmos, a due anni da “The Rose Has Teeth In The Mouth Of A Beast”, tornano con un altro concept-album, abbandonando (speriamo solo momentaneamente) i campionamenti assurdi che li caratterizzano.

“Supreme Balloon” vede infatti il duo di San Francisco alle prese con synth di ogni epoca e modulazione. E basta. Nessun altro strumento a infarcire il suono.

Gli omaggi ai pionieri del sintetizzatore non mancano (”Les Folies Francaises” e la title-track di ben 24 minuti lo dimostrano ampiamente), ma è soprattutto l’approccio ironico e a tratti demenziale di pezzi come “Mister Mouth” e “Exciter Lamp” a caratterizzare l’album, dandogli quel sonig-touch che potrebbe essere la terra promessa.

People - Misbegotten Man

People è uno degli ultimi progetti di Kevin Shea (super-batterista che ha lasciato la propria impronta in gruppi come Talibam! e Storm & Stress) che lo vede collaborare con la chitarrista e vocalist Mary Halvorson, incline al jazz e a bizzarre modulazioni vocali, astro nascente nella New York che conta.

Il duo cerca di forzare i confini della forma canzone, ibridando cantautorato e free-jazz in maniera inedita e affascinante. Shea, senza fermarsi mai (mai!), intavola un vero e proprio dialogo stridente con i registri pacati e ebbri della Halvorson, senza però cadere nella cafonaggine gratuita.

Disco dell’anno 2007.

Meme

Anche. (cit.)

AA.VV. - “Enjoyed: A Tribute To Björk’s Post”

Era già successo con i Radiohead e i R.E.M.. Ovvero Stereogum con la collaborazione di gruppi e artisti più o meno validi, aveva festeggiato i dieci anni di “OK Computer” e i quindici di “Automatic for the People”, coverizzandoli e mettendoli gratuitamente a disposizione degli utenti.

Questa volta, seguendo un discutibile filone indie, la scelta è ricaduta su Björk e sul suo “Post” targato 1993. Per chi non l’apprezza più di un tot potrebbe davvero essere l’”unico disco possibile” dell’artista islandese.

I motivi per rallegrarsi e godere ci sono: ospiti importanti e soprattutto bravi. Tra di loro, alcuni gruppi che in questi ultimi anni hanno fatto davvero la differenza, a cominciare dai Liars che aprono il “disco”, rompendo il silenzio con una “Army of Me” super-rallentata e magmatica. Nonostante l’eterogeneità delle proposte, i richiami e i link tra un artista e l’altro sono individuabili. Si va quindi dal pop stralunato di Dirty Projectors e High Places, alle dilatazioni di White Interland, Atlas Sound e Final Fantasy, fino ai contributi più elettronici e inquetanti di Bell, Pattern is Movement e Xiu Xiu (capaci di scavare un buco nero in qualunque cover). Gli Evangelicals e El Guincho, i primi con un pattern tribale e il secondo con i suoi bizzarri loop hawaiani, costituiscono la falange più esotica del parco autori in questione. Quasi a chiudere un ipotetico cerchio sopraggiungono i No Age: il connubio primitivo tra batteria e chitarra, feedback e tentazioni lo-fi, ci riporta infatti ai Liars sgraziati dell’opening track.

Sarà nato per gioco ma “Enjoyed”, attraverso la rielaborazione e il paradosso, per un yodorowskyano contrappasso, trasforma un ricordo sbiadito in “leggenda eroica”. Provare per credere.

Vampire Weekend - “Vampire Weekend”

Sono quattro ragazzi della Columbia University e da un paio di mesi sono un po’ sulla bocca di tutti. Nei circuiti indie hanno fatto subito notizia, prima con un demo vagante per la rete, poi con la “benedizione” di Pitchfork e della XL Recordings, l’etichetta che li ha prodotti. Tanto rumore per nulla? Non del tutto.

Effettivamente la proposta dei VW è fresca, vitale, divertente. Il gruppo si appropria di sonorità etniche (africane perlopiù) e di “Graceland” di Paul Simon, componendo 10 tracce capaci di spaziare dal pop studentesco evoluto al ballo di gruppo. I suoni sono perfettamente indie, anche troppo, con la batteria in primo piano a guidare improbabili kwassa kwassa e la voce da sfigata scimmia artica a ricordarci che siamo comunque nel Primo Mondo.

Un disco che va giù come un bicchiere d’acqua. Non sarà acqua cristallina e dissetante, certo, ma per il momento ci ha rinfrescato le budella. Ed è stato piacevole.

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