
Questo è un disco potente. Nove tracce, nove canzoni. CANZONI.
Rock’n'roll fuzzoso e tanta melodia. Come il frastuono di una bomba.
E allora tromba!

Questo è un disco potente. Nove tracce, nove canzoni. CANZONI.
Rock’n'roll fuzzoso e tanta melodia. Come il frastuono di una bomba.
E allora tromba!

“Weirdo Rippers” era una raccolta di istantanee noise molto interessante, ma ancora EP. Questo è l’uscita ufficiale come LP per la Sub Pop.
Fa poca differenza, visto che i No Age proseguono in quella direzione riuscendo, pur essendo solo due, a generare un baccano infernale. Shoegaze, noise, accelerazioni hardcore impastatissime fanno da contrappunto a un cantato decisamente più pop. You may also like Liars.
Un disco che travolge al primo ascolto. E io i dischi li ascolto una volta sola.
Male, poi.
Anche. (cit.)

Il duo di Bristol esce allo scoperto per la prima volta con sei lunghe tracce fatte di droni elettronici, voci filtrate, loop anomali e distorsioni metal. Niente di minaccioso e inumano, comunque.
I Fuck Buttons costruiscono, strato su strato, melodie solide proiettate verso aperture orecchiabili e ludiche. Forse il modus operandi è ancora un po’ acerbo (lo svolgimento di ogni traccia è fin troppo lineare e, capito il trucco, l’effetto sorpresa svanisce presto) e non si apre mai troppo a soluzioni ardite, rimanendo sul fuzz granitico simil-metal per buona parte del disco.
Il “cuore” di “Street Horrsing” è rappresentato dalla coppia “Okay, Let’s Talk About Magic” e “Race You To My Bedroom / Spirit Rise”, dove finalmente i FB esprimono personalità coniugando melodia, tappeti sonori sempre più ricchi ed eterei e spasmi vocali (la contraddizione tra estasi e dannazione è il campo minato dove dovranno lavorare in futuro).
Nonostante il ciclo tenti di ripetersi (il dolce carillon dell’inizio riappare nella coda di “Colours Move”), difficilmente il disco conserva il fascino del flusso ininterrotto, e lo skip è obbligatorio. Chi ci ha visto un incubo nero che tiene imprigionati ad ogni ascolto, probabilmente si è perso il recente “Entrance” degli Sword Heaven.

Il sestetto di Brooklyn approda alla Paw Tracks, ed è un po’ come trovarsi a casa propria. L’etichetta infatti ospita già da tempo formazioni come Animal Collective e Black Dice che, insieme agli stessi Excepter e ai Wolf Eyes, hanno danno vita forse all’unica vera novità nel panorama sonoro del 2000, ovvero quel primitivismo digitale dove rock, techno, noise, psichedelia, vengono ridotti in cenere e rimescolati ora in formule oscure e impenetrabili, ora in calderoni freak più solari ma non meno inquietanti.
Insieme ad “Alternation”(2006), Debt Dept risulta essere uno dei loro dischi più accessibili. Siamo lontani dalle folate di vento nero di “Throne”(2005): l’industrial e l’house depravata vengono ora incanalate in una sorta di pop per morti viventi.
L’ingresso (”Entrance”) è marziale, a tratti epico, con la chitarra (presa in prestito ai Clockcleaner) che ipnotizza, detta il passo, raddoppia ed evapora lasciando posto allo strato caotico di voci e loop e al rullante sfasato della drum-machine. L’epilogo, affidato ad un piano timido e a delle cupe pulsazioni elettroniche, sembra omaggiare i Faust. Il registro tragico e quello comico si mescolano continuamente: la violenza subliminale e il vociare perverso sono sempre espressioni di uno sguardo divertito sulla realtà. Ambiguità che permette agli Excepter di sfornare gioielli come “The Last Dance”, che porta dal patibolo fino a una residentsiana pista da ballo, o le hit “Kill People” e “Burgers”, slanci vitali che sanno di tragedia imminente.
L’equilibrio perenne tra caos primordiale e apatia industriale costituisce anche questa volta il marchio di fabbrica della band. I colleghi della Paw Tracks spero gradiranno.
Gli Old Time Relijun sono una band di Portland, giunta con il recente “Catharsis in Crisis” al loro sesto disco. Partiti da un bislacco folk-punk à la Violent Femmes e approdati oggi a un blues-noise sbrigliato, debitore a Captain Beefheart quanto alla new wave dei Pere Ubu, rappresentano una delle realtà più interessanti del rock sporcaccione e allucinato.
In sostanza, concerto all’altezza delle aspettative. Nonostante la non troppo buona acustica di cui risente il locale abbia “minacciato” l’esibizione, gli OTR hanno cavalcato l’impasto sonoro con schegge danzerecce di noise minimale. Arrington De Dionyso (voce, chitarra) vale da solo il costo del biglietto: con i suoi clangori chitarristici e un cantato espressivo e schizofrenico conduce, come posseduto, il rito sciamanico. Contrabbasso, batteria e sassofoni (Benjamin Hartman ne suona anche due contemporaneamente!) danno vita a imponenti strati di suono e a ritmi tribali ipnotici, ma è tutto talmente genuino che il paragone con i Shit & Shine di turno questa volta non regge. Bravissimi.

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