Archivio per la categoria 'industrial'

Mahjongg - “Kontpab”

Visto che ormai tutti parlano della nuova corrente americana incline alla riscoperta del tribale, tanto vale tirare in ballo i Mahjongg che sono di Chicago, quindi americani.

La ricetta del gruppo è il recupero del punk-funk (tipo Pop Group), dell’etno-wave (tipo Talking Heads) e dell’elettronica un po’ mutant (di recente sono uscite delle raccolte chiamate “Disco not disco”. I nomi li trovate lì.) con quell’alone di grezzo che sa un po’ di artefatto.

Drum-machine à la Excepter che spuntano dal nulla e ti ritrovi a sorridere e battere le mani e a pensare che l’America sta vivendo un periodo un po’ neo-tribale.

Meme

Anche. (cit.)

Excepter - “Debt Dept.”

Il sestetto di Brooklyn approda alla Paw Tracks, ed è un po’ come trovarsi a casa propria. L’etichetta infatti ospita già da tempo formazioni come Animal Collective e Black Dice che, insieme agli stessi Excepter e ai Wolf Eyes, hanno danno vita forse all’unica vera novità nel panorama sonoro del 2000, ovvero quel primitivismo digitale dove rock, techno, noise, psichedelia, vengono ridotti in cenere e rimescolati ora in formule oscure e impenetrabili, ora in calderoni freak più solari ma non meno inquietanti.

Insieme ad “Alternation”(2006), Debt Dept risulta essere uno dei loro dischi più accessibili. Siamo lontani dalle folate di vento nero di “Throne”(2005): l’industrial e l’house depravata vengono ora incanalate in una sorta di pop per morti viventi.

L’ingresso (”Entrance”) è marziale, a tratti epico, con la chitarra (presa in prestito ai Clockcleaner) che ipnotizza, detta il passo, raddoppia ed evapora lasciando posto allo strato caotico di voci e loop e al rullante sfasato della drum-machine. L’epilogo, affidato ad un piano timido e a delle cupe pulsazioni elettroniche, sembra omaggiare i Faust. Il registro tragico e quello comico si mescolano continuamente: la violenza subliminale e il vociare perverso sono sempre espressioni di uno sguardo divertito sulla realtà. Ambiguità che permette agli Excepter di sfornare gioielli come “The Last Dance”, che porta dal patibolo fino a una residentsiana pista da ballo, o le hit “Kill People” e “Burgers”, slanci vitali che sanno di tragedia imminente.

L’equilibrio perenne tra caos primordiale e apatia industriale costituisce anche questa volta il marchio di fabbrica della band. I colleghi della Paw Tracks spero gradiranno.