Archivio per la categoria 'avant'

Dumbland

Dumbland è una serie di 8 corti di animazione scritti e diretti dal regista David Lynch a partire dal 2002. I corti sono stati originalmente pubblicati su Internet attraverso il sito ufficiale di Lynch, per poi essere pubblicati su DVD nel 2005. La lunghezza totale di tutti gli episodi è di circa mezz’ora. (da wikipedia.org)

Oltre ad essere incredibile (come tutte le cose su cui Lynch mette le mani) è un capolavoro di fonica, nel senso che il sonoro è stato trattato non come contorno inevitabile delle storie(?) narrate, ma come uno dei significanti più incisivi.

Qui sul blog riporto solo il primo episodio. Cliccando sul filmato stesso verrete indirizzati alla pagina youTube con tutte le altre puntate in fila. Se siete stanchi cliccate qui.

People - Misbegotten Man

People è uno degli ultimi progetti di Kevin Shea (super-batterista che ha lasciato la propria impronta in gruppi come Talibam! e Storm & Stress) che lo vede collaborare con la chitarrista e vocalist Mary Halvorson, incline al jazz e a bizzarre modulazioni vocali, astro nascente nella New York che conta.

Il duo cerca di forzare i confini della forma canzone, ibridando cantautorato e free-jazz in maniera inedita e affascinante. Shea, senza fermarsi mai (mai!), intavola un vero e proprio dialogo stridente con i registri pacati e ebbri della Halvorson, senza però cadere nella cafonaggine gratuita.

Disco dell’anno 2007.

Meme

Anche. (cit.)

AA.VV. - “Enjoyed: A Tribute To Björk’s Post”

Era già successo con i Radiohead e i R.E.M.. Ovvero Stereogum con la collaborazione di gruppi e artisti più o meno validi, aveva festeggiato i dieci anni di “OK Computer” e i quindici di “Automatic for the People”, coverizzandoli e mettendoli gratuitamente a disposizione degli utenti.

Questa volta, seguendo un discutibile filone indie, la scelta è ricaduta su Björk e sul suo “Post” targato 1993. Per chi non l’apprezza più di un tot potrebbe davvero essere l’”unico disco possibile” dell’artista islandese.

I motivi per rallegrarsi e godere ci sono: ospiti importanti e soprattutto bravi. Tra di loro, alcuni gruppi che in questi ultimi anni hanno fatto davvero la differenza, a cominciare dai Liars che aprono il “disco”, rompendo il silenzio con una “Army of Me” super-rallentata e magmatica. Nonostante l’eterogeneità delle proposte, i richiami e i link tra un artista e l’altro sono individuabili. Si va quindi dal pop stralunato di Dirty Projectors e High Places, alle dilatazioni di White Interland, Atlas Sound e Final Fantasy, fino ai contributi più elettronici e inquetanti di Bell, Pattern is Movement e Xiu Xiu (capaci di scavare un buco nero in qualunque cover). Gli Evangelicals e El Guincho, i primi con un pattern tribale e il secondo con i suoi bizzarri loop hawaiani, costituiscono la falange più esotica del parco autori in questione. Quasi a chiudere un ipotetico cerchio sopraggiungono i No Age: il connubio primitivo tra batteria e chitarra, feedback e tentazioni lo-fi, ci riporta infatti ai Liars sgraziati dell’opening track.

Sarà nato per gioco ma “Enjoyed”, attraverso la rielaborazione e il paradosso, per un yodorowskyano contrappasso, trasforma un ricordo sbiadito in “leggenda eroica”. Provare per credere.

Live: Old Time Relijun @ Thermos (Ancona) - 27/03/08

Gli Old Time Relijun sono una band di Portland, giunta con il recente “Catharsis in Crisis” al loro sesto disco. Partiti da un bislacco folk-punk à la Violent Femmes e approdati oggi a un blues-noise sbrigliato, debitore a Captain Beefheart quanto alla new wave dei Pere Ubu, rappresentano una delle realtà più interessanti del rock sporcaccione e allucinato.

In sostanza, concerto all’altezza delle aspettative. Nonostante la non troppo buona acustica di cui risente il locale abbia “minacciato” l’esibizione, gli OTR hanno cavalcato l’impasto sonoro con schegge danzerecce di noise minimale. Arrington De Dionyso (voce, chitarra) vale da solo il costo del biglietto: con i suoi clangori chitarristici e un cantato espressivo e schizofrenico conduce, come posseduto, il rito sciamanico. Contrabbasso, batteria e sassofoni (Benjamin Hartman ne suona anche due contemporaneamente!) danno vita a imponenti strati di suono e a ritmi tribali ipnotici, ma è tutto talmente genuino che il paragone con i Shit & Shine di turno questa volta non regge. Bravissimi.

Box - “Studio 1″

Per parlare di questo disco è necessario partire dai credits: Raoul Björkenheim (Scorch Trio, Krakatau) alla chitarra , Trevor Dunn (compagno di merende di Mike Patton e John Zorn) al basso, Ståle Storløkken (Supersilent, Humcrush) alle tastiere, Morgan Ågren (nel giro di Frank Zappa) alla batteria.

Un supergruppo, insomma. Di quelli che fanno brutto.

L’estetica è quella dei Supersilent: nome sintetico e insignificante, tracce anonime catalogate alla rinfusa, copertina che puzza di ospedale. Ma l’interno della scatola è esaltante.

Sei episodi improvvisati, senza revisioni, senza post-produzione. Dentro, un incontro assurdo ma possibilissimo di avant-jazz, progressive e noise. La chitarra in primo piano di Björkenheim evoca fantasmi frippiani, anche se è John McLaughlin a venire in mente davanti a certi tapping abrasivi; Ågren fornisce tappeti jazzistici liquidi e mai passivi; basso e tastiera sembrano destinati a mormorii e pulsazioni di fondo, ma si esibiscono in coraggiosi tributi a John Cage, elevando ulteriormente l’opera.

Quello che stupisce è come il disco sia, nonostante la complessità irriducibile, coinvolgente e fruibile.