Archivia per Aprile 2008

Dissonanze 8 - Roma

Dissonanze è uno dei festival più importanti che l’Italia può vantare. L’obiettivo arditissimo che si pone è la proposta simultanea di elettronica, rock e avanguardia in due sole serate/nottate.

Quest’anno l’evento invaderà tre diversi spazi della capitale: l’Ara Pacis, l’Auditorium Parco della Musica e il Palazzo dei Congressi (dove si è svolta la scorsa edizione) e già nel tardo pomeriggio cominceranno dei dj-set in collaborazione con gli sponsor.

Non sto ad elencare tutti gli artisti perchè non finirei più (lascio questo compito al sito ufficiale) ma, essendoci stato l’anno scorso e vedendo le partecipazioni straordinarie di quest’anno, consiglio caldamente di comprare già da ora il biglietto. Un giorno capirete.

Video: Animal Collective - “Water Curses”

Al singolo già riuscitissimo si affianca (finalmente) anche il videoclip.

Il direttore (Andrew Kuo) e il designer (Snejina Latev) interpretano in modo singolare il balletto forsennato della canzone, costruendo e decostruendo pattern impazziti di pixel e immagini sgranate. Gli elementi “in ballo” non vengono solamente sovrapposti, ma interagiscono attivamente tra loro e con la musica stessa (cosa che dovrebbe succedere sempre o quasi in un videoclip).

I blocchi, i punti, gli “errori” digitali sono prodotti di una morfogenesi in continua e randomica evoluzione, espressione visiva di una musica, quella degli Animal Collective, della quale si fatica a riconoscere la sorgente.

Fuck Buttons - “Street Horrsing”

Il duo di Bristol esce allo scoperto per la prima volta con sei lunghe tracce fatte di droni elettronici, voci filtrate, loop anomali e distorsioni metal. Niente di minaccioso e inumano, comunque.

I Fuck Buttons costruiscono, strato su strato, melodie solide proiettate verso aperture orecchiabili e ludiche. Forse il modus operandi è ancora un po’ acerbo (lo svolgimento di ogni traccia è fin troppo lineare e, capito il trucco, l’effetto sorpresa svanisce presto) e non si apre mai troppo a soluzioni ardite, rimanendo sul fuzz granitico simil-metal per buona parte del disco.

Il “cuore” di “Street Horrsing” è rappresentato dalla coppia “Okay, Let’s Talk About Magic” e “Race You To My Bedroom / Spirit Rise”, dove finalmente i FB esprimono personalità coniugando melodia, tappeti sonori sempre più ricchi ed eterei e spasmi vocali (la contraddizione tra estasi e dannazione è il campo minato dove dovranno lavorare in futuro).

Nonostante il ciclo tenti di ripetersi (il dolce carillon dell’inizio riappare nella coda di “Colours Move”), difficilmente il disco conserva il fascino del flusso ininterrotto, e lo skip è obbligatorio. Chi ci ha visto un incubo nero che tiene imprigionati ad ogni ascolto, probabilmente si è perso il recente “Entrance” degli Sword Heaven.

Video: The Acorn - “Flood Pt.1″

The Acorn è un gruppo canadese che suona un folk-rock sospeso tra Akron/Family (per i cori) e Beirut (per gli arpeggi), ma nel calderone si potrebbero mettere anche gli Arcade Fire (per i modi).

Il singolo estratto dal loro recente album, “Glory Hope Mountain”, è appunto “Flood Pt.1″ e si è fatto notare non tanto per la canzone in sè (pur se abbastanza riuscita e gradevole), quanto per il videoclip, che propone un affascinante incontro tra espressività est-europea e grafica 3D. infatti, le ambientazioni, le figure, bidimensionali e contestualizzabili in quelle epopee prettamente di matrice russa dove l’ordinario è stravolto e trasformato in avventura metaforica, vengono “esplose” e trascinate in un continuo flusso di incontri e scontri.

Più che il cosa è il come. Il rocambolesco cambio di prospettiva e di situazioni non vuole essere millimetrico ed esatto, il rendering non vuole essere esauriente, ma mantenere l’artiginalità delle opere omaggiate. Ennesima dimostrazione di come il ritorno ad una primitivizzazione del segno, pur se con tecniche moderne, riesca ad essere magicamente evocativo.

AA.VV. - “Enjoyed: A Tribute To Björk’s Post”

Era già successo con i Radiohead e i R.E.M.. Ovvero Stereogum con la collaborazione di gruppi e artisti più o meno validi, aveva festeggiato i dieci anni di “OK Computer” e i quindici di “Automatic for the People”, coverizzandoli e mettendoli gratuitamente a disposizione degli utenti.

Questa volta, seguendo un discutibile filone indie, la scelta è ricaduta su Björk e sul suo “Post” targato 1993. Per chi non l’apprezza più di un tot potrebbe davvero essere l’”unico disco possibile” dell’artista islandese.

I motivi per rallegrarsi e godere ci sono: ospiti importanti e soprattutto bravi. Tra di loro, alcuni gruppi che in questi ultimi anni hanno fatto davvero la differenza, a cominciare dai Liars che aprono il “disco”, rompendo il silenzio con una “Army of Me” super-rallentata e magmatica. Nonostante l’eterogeneità delle proposte, i richiami e i link tra un artista e l’altro sono individuabili. Si va quindi dal pop stralunato di Dirty Projectors e High Places, alle dilatazioni di White Interland, Atlas Sound e Final Fantasy, fino ai contributi più elettronici e inquetanti di Bell, Pattern is Movement e Xiu Xiu (capaci di scavare un buco nero in qualunque cover). Gli Evangelicals e El Guincho, i primi con un pattern tribale e il secondo con i suoi bizzarri loop hawaiani, costituiscono la falange più esotica del parco autori in questione. Quasi a chiudere un ipotetico cerchio sopraggiungono i No Age: il connubio primitivo tra batteria e chitarra, feedback e tentazioni lo-fi, ci riporta infatti ai Liars sgraziati dell’opening track.

Sarà nato per gioco ma “Enjoyed”, attraverso la rielaborazione e il paradosso, per un yodorowskyano contrappasso, trasforma un ricordo sbiadito in “leggenda eroica”. Provare per credere.

Murder By Death - “Red Of Tooth And Claw”

E’ un quartetto proveniente da Bloomington, Indiana, e suona un ruspante western-rock imparentato col post-punk. Una proposta un po’ fuori dal tempo (se ha senso parlare di tempo in materia di musica), che il gruppo esegue in modo asciutto, accostando ad una chitarra stoner un violoncello versatile e una batteria impeccabile e galoppante. A ruoli più marginali vengono destinati invece il basso ed il piano.

La traccia che apre il disco, “Comin’ Home”, mostra da subito il sound del gruppo: la voce di Adam Turla ricorda i registri tragici di Mark Sandman (Morphine), meno low e più Nick Cave; la chitarra e il violoncello si completano a vicenda con precisi balzi di dinamica; infine, i cambi di ritmo repentini di Dagan Thogerson, tra cavalcate cow-rock e accelerazioni hardcore, riescono a narrare perfettamente il sofferto “ritorno a casa”. Insieme alle successive “Ball & Chain” (un’impetuosa ballata per saloon) e “Rumbrave” (un polveroso omaggio agli Husker Dü), l’opening track è tra gli episodi più convincenti.

A fare da contrappunto allo sbrigliato (ma sofferto) entusiasmo, ci sono ballate dall’incedere più lento e riflessivo come “A Second Opinion”, “The Black Spot” e “Spring Break 1899″, che trovano la sola valvola di sfogo nel ritornello.

Nonostante i momenti di debolezza sparsi qua e là e la reiterazione di certi stilemi, il disco non delude e invita al replay. Che sia poi di una, due, tre tracce, è un altro discorso.

Vampire Weekend - “Vampire Weekend”

Sono quattro ragazzi della Columbia University e da un paio di mesi sono un po’ sulla bocca di tutti. Nei circuiti indie hanno fatto subito notizia, prima con un demo vagante per la rete, poi con la “benedizione” di Pitchfork e della XL Recordings, l’etichetta che li ha prodotti. Tanto rumore per nulla? Non del tutto.

Effettivamente la proposta dei VW è fresca, vitale, divertente. Il gruppo si appropria di sonorità etniche (africane perlopiù) e di “Graceland” di Paul Simon, componendo 10 tracce capaci di spaziare dal pop studentesco evoluto al ballo di gruppo. I suoni sono perfettamente indie, anche troppo, con la batteria in primo piano a guidare improbabili kwassa kwassa e la voce da sfigata scimmia artica a ricordarci che siamo comunque nel Primo Mondo.

Un disco che va giù come un bicchiere d’acqua. Non sarà acqua cristallina e dissetante, certo, ma per il momento ci ha rinfrescato le budella. Ed è stato piacevole.

Video: Excepter - “Kill People”

Questo è uno dei due estratti dal disco “Debt Dept.” (l’altro è “Burgers”). L’estetica di “Kill People” è l’approssimatività, la sovrapposizione di piani e risoluzioni, l’(apparente?) incuranza della linearità.

Il chroma-key “sbagliato” e la sovraesposizione dei colori costruiscono siparietti esoterici e preoccupanti, dove la violenza (o il suo richiamo) assume i toni di una danza, di un rito pagano à la Kenneth Anger.

Excepter - “Debt Dept.”

Il sestetto di Brooklyn approda alla Paw Tracks, ed è un po’ come trovarsi a casa propria. L’etichetta infatti ospita già da tempo formazioni come Animal Collective e Black Dice che, insieme agli stessi Excepter e ai Wolf Eyes, hanno danno vita forse all’unica vera novità nel panorama sonoro del 2000, ovvero quel primitivismo digitale dove rock, techno, noise, psichedelia, vengono ridotti in cenere e rimescolati ora in formule oscure e impenetrabili, ora in calderoni freak più solari ma non meno inquietanti.

Insieme ad “Alternation”(2006), Debt Dept risulta essere uno dei loro dischi più accessibili. Siamo lontani dalle folate di vento nero di “Throne”(2005): l’industrial e l’house depravata vengono ora incanalate in una sorta di pop per morti viventi.

L’ingresso (”Entrance”) è marziale, a tratti epico, con la chitarra (presa in prestito ai Clockcleaner) che ipnotizza, detta il passo, raddoppia ed evapora lasciando posto allo strato caotico di voci e loop e al rullante sfasato della drum-machine. L’epilogo, affidato ad un piano timido e a delle cupe pulsazioni elettroniche, sembra omaggiare i Faust. Il registro tragico e quello comico si mescolano continuamente: la violenza subliminale e il vociare perverso sono sempre espressioni di uno sguardo divertito sulla realtà. Ambiguità che permette agli Excepter di sfornare gioielli come “The Last Dance”, che porta dal patibolo fino a una residentsiana pista da ballo, o le hit “Kill People” e “Burgers”, slanci vitali che sanno di tragedia imminente.

L’equilibrio perenne tra caos primordiale e apatia industriale costituisce anche questa volta il marchio di fabbrica della band. I colleghi della Paw Tracks spero gradiranno.