Archivia per Marzo 2008

Live: Old Time Relijun @ Thermos (Ancona) - 27/03/08

Gli Old Time Relijun sono una band di Portland, giunta con il recente “Catharsis in Crisis” al loro sesto disco. Partiti da un bislacco folk-punk à la Violent Femmes e approdati oggi a un blues-noise sbrigliato, debitore a Captain Beefheart quanto alla new wave dei Pere Ubu, rappresentano una delle realtà più interessanti del rock sporcaccione e allucinato.

In sostanza, concerto all’altezza delle aspettative. Nonostante la non troppo buona acustica di cui risente il locale abbia “minacciato” l’esibizione, gli OTR hanno cavalcato l’impasto sonoro con schegge danzerecce di noise minimale. Arrington De Dionyso (voce, chitarra) vale da solo il costo del biglietto: con i suoi clangori chitarristici e un cantato espressivo e schizofrenico conduce, come posseduto, il rito sciamanico. Contrabbasso, batteria e sassofoni (Benjamin Hartman ne suona anche due contemporaneamente!) danno vita a imponenti strati di suono e a ritmi tribali ipnotici, ma è tutto talmente genuino che il paragone con i Shit & Shine di turno questa volta non regge. Bravissimi.

Box - “Studio 1″

Per parlare di questo disco è necessario partire dai credits: Raoul Björkenheim (Scorch Trio, Krakatau) alla chitarra , Trevor Dunn (compagno di merende di Mike Patton e John Zorn) al basso, Ståle Storløkken (Supersilent, Humcrush) alle tastiere, Morgan Ågren (nel giro di Frank Zappa) alla batteria.

Un supergruppo, insomma. Di quelli che fanno brutto.

L’estetica è quella dei Supersilent: nome sintetico e insignificante, tracce anonime catalogate alla rinfusa, copertina che puzza di ospedale. Ma l’interno della scatola è esaltante.

Sei episodi improvvisati, senza revisioni, senza post-produzione. Dentro, un incontro assurdo ma possibilissimo di avant-jazz, progressive e noise. La chitarra in primo piano di Björkenheim evoca fantasmi frippiani, anche se è John McLaughlin a venire in mente davanti a certi tapping abrasivi; Ågren fornisce tappeti jazzistici liquidi e mai passivi; basso e tastiera sembrano destinati a mormorii e pulsazioni di fondo, ma si esibiscono in coraggiosi tributi a John Cage, elevando ulteriormente l’opera.

Quello che stupisce è come il disco sia, nonostante la complessità irriducibile, coinvolgente e fruibile.

Animal Collective - “Water Curses EP”

A pochi mesi dal più che convincente “Strawberry Jam”, il collettivo fuggito dallo zoo di Baltymore torna con uno short; quattro tracce quattro che testimoniano ancora la loro creatività strabordante e un innegabile talento.

Dal valzer per scoiattoli della title track al balletto etereo e subacqueo di “Seal Eyeling”, passando per lunghe dilatazioni di stampo barrettiano (”Street Flash”, “Cobwebs”), gli AC continuano la loro ricerca naturalistica, sublimando il privitivismo degli esordi in accorati richiami all’utopia.

Un altro tassello importante, soprattutto per chi li segue da tempo.