MGMT - “Time to Pretend”

Ennesimo gruppetto scassaminchia che però è stato osannato da Pitchfork quindi lo riascolto perchè forse la prima volta ero un po’ distratto anzi sì sicuramente ero distratto infatti in realtà riascoltandoli sti pezzi sono una gran figata capisci? fanno rock con i synth.

Il video comunque si fa guardare anche perchè propone l’estetica del “bricolage fatto male + orde barbare + Jimmy Joe Roche” a cui il sottoscritto è fortemente interessato. Se poi ci mettiamo anche i rituali di sangue visti di recente qui, il post vien da sè.

Per i più esigenti, la versione in alta risoluzione.

Mahjongg - “Kontpab”

Visto che ormai tutti parlano della nuova corrente americana incline alla riscoperta del tribale, tanto vale tirare in ballo i Mahjongg che sono di Chicago, quindi americani.

La ricetta del gruppo è il recupero del punk-funk (tipo Pop Group), dell’etno-wave (tipo Talking Heads) e dell’elettronica un po’ mutant (di recente sono uscite delle raccolte chiamate “Disco not disco”. I nomi li trovate lì.) con quell’alone di grezzo che sa un po’ di artefatto.

Drum-machine à la Excepter che spuntano dal nulla e ti ritrovi a sorridere e battere le mani e a pensare che l’America sta vivendo un periodo un po’ neo-tribale.

Spoon - “You Got Yr. Cherry Bomb”

Il loro “Ga Ga Ga Ga Ga” rientrava di prepotenza nella playlist estiva e sorniona del 2007, merito di quel pop-rock fresco e graffiante suonato bene bene bene.

A 2008 inoltrato esce questo videoclip, dove saltano subito all’occhio i riferimenti alle sinfonie per immagini di Eggeling, Richter e Fishinger, e a tutto quello che è venuto poi: i pattern di Len Lye, i collage dadaisti, la pop art, la optical art.

Orchestrato con gusto e coerenza. E con tutta la carica del malto d’orzo.

People - Misbegotten Man

People è uno degli ultimi progetti di Kevin Shea (super-batterista che ha lasciato la propria impronta in gruppi come Talibam! e Storm & Stress) che lo vede collaborare con la chitarrista e vocalist Mary Halvorson, incline al jazz e a bizzarre modulazioni vocali, astro nascente nella New York che conta.

Il duo cerca di forzare i confini della forma canzone, ibridando cantautorato e free-jazz in maniera inedita e affascinante. Shea, senza fermarsi mai (mai!), intavola un vero e proprio dialogo stridente con i registri pacati e ebbri della Halvorson, senza però cadere nella cafonaggine gratuita.

Disco dell’anno 2007.

Xiu Xiu - “F.T.W.”

Ok, gli Xiu Xiu mettono una/due/tre canzoni del genere in ogni disco. Ma stavolta è diverso.

No, non è vero. Non è diverso.

Cioè sì. C’è il video, dai.

Dai. Non li senti i coltellini nel cuore?

Meme

Anche. (cit.)

Dissonanze 8 - Roma

Dissonanze è uno dei festival più importanti che l’Italia può vantare. L’obiettivo arditissimo che si pone è la proposta simultanea di elettronica, rock e avanguardia in due sole serate/nottate.

Quest’anno l’evento invaderà tre diversi spazi della capitale: l’Ara Pacis, l’Auditorium Parco della Musica e il Palazzo dei Congressi (dove si è svolta la scorsa edizione) e già nel tardo pomeriggio cominceranno dei dj-set in collaborazione con gli sponsor.

Non sto ad elencare tutti gli artisti perchè non finirei più (lascio questo compito al sito ufficiale) ma, essendoci stato l’anno scorso e vedendo le partecipazioni straordinarie di quest’anno, consiglio caldamente di comprare già da ora il biglietto. Un giorno capirete.

Video: Animal Collective - “Water Curses”

Al singolo già riuscitissimo si affianca (finalmente) anche il videoclip.

Il direttore (Andrew Kuo) e il designer (Snejina Latev) interpretano in modo singolare il balletto forsennato della canzone, costruendo e decostruendo pattern impazziti di pixel e immagini sgranate. Gli elementi “in ballo” non vengono solamente sovrapposti, ma interagiscono attivamente tra loro e con la musica stessa (cosa che dovrebbe succedere sempre o quasi in un videoclip).

I blocchi, i punti, gli “errori” digitali sono prodotti di una morfogenesi in continua e randomica evoluzione, espressione visiva di una musica, quella degli Animal Collective, della quale si fatica a riconoscere la sorgente.

Fuck Buttons - “Street Horrsing”

Il duo di Bristol esce allo scoperto per la prima volta con sei lunghe tracce fatte di droni elettronici, voci filtrate, loop anomali e distorsioni metal. Niente di minaccioso e inumano, comunque.

I Fuck Buttons costruiscono, strato su strato, melodie solide proiettate verso aperture orecchiabili e ludiche. Forse il modus operandi è ancora un po’ acerbo (lo svolgimento di ogni traccia è fin troppo lineare e, capito il trucco, l’effetto sorpresa svanisce presto) e non si apre mai troppo a soluzioni ardite, rimanendo sul fuzz granitico simil-metal per buona parte del disco.

Il “cuore” di “Street Horrsing” è rappresentato dalla coppia “Okay, Let’s Talk About Magic” e “Race You To My Bedroom / Spirit Rise”, dove finalmente i FB esprimono personalità coniugando melodia, tappeti sonori sempre più ricchi ed eterei e spasmi vocali (la contraddizione tra estasi e dannazione è il campo minato dove dovranno lavorare in futuro).

Nonostante il ciclo tenti di ripetersi (il dolce carillon dell’inizio riappare nella coda di “Colours Move”), difficilmente il disco conserva il fascino del flusso ininterrotto, e lo skip è obbligatorio. Chi ci ha visto un incubo nero che tiene imprigionati ad ogni ascolto, probabilmente si è perso il recente “Entrance” degli Sword Heaven.

Video: The Acorn - “Flood Pt.1″

The Acorn è un gruppo canadese che suona un folk-rock sospeso tra Akron/Family (per i cori) e Beirut (per gli arpeggi), ma nel calderone si potrebbero mettere anche gli Arcade Fire (per i modi).

Il singolo estratto dal loro recente album, “Glory Hope Mountain”, è appunto “Flood Pt.1″ e si è fatto notare non tanto per la canzone in sè (pur se abbastanza riuscita e gradevole), quanto per il videoclip, che propone un affascinante incontro tra espressività est-europea e grafica 3D. infatti, le ambientazioni, le figure, bidimensionali e contestualizzabili in quelle epopee prettamente di matrice russa dove l’ordinario è stravolto e trasformato in avventura metaforica, vengono “esplose” e trascinate in un continuo flusso di incontri e scontri.

Più che il cosa è il come. Il rocambolesco cambio di prospettiva e di situazioni non vuole essere millimetrico ed esatto, il rendering non vuole essere esauriente, ma mantenere l’artiginalità delle opere omaggiate. Ennesima dimostrazione di come il ritorno ad una primitivizzazione del segno, pur se con tecniche moderne, riesca ad essere magicamente evocativo.

(per rimanere coerente agli obiettivi del blog, immagino che a breve scriverò riguardo al disco)

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